Home
Su
date repliche
nostre rassegne
corsi, corro, correrò
progetti scuole
international
riconoscimenti
foto
rassegna stampa
il teatro impiria
zarathustra teatro
andrea castelletti
links

 

teatro inteso

come

impresa,

come

arte empirica,

come

emporio di ispirazioni,

come

empìre uno spazio vuoto,

come

empireo d’arte

  dove dare origine

  alla vita ed al creato.

 

l'impiria è l'imbuto,

da un estremo si riversa generosamente

e dall'altro tutto

fluisce con cura

 

UNA PRODUZIONE FONDAZIONE AIDA

 

reading musicale tratto dal libro "Le vin bourru" di Jean-Claude Carrière

e dai ricordi di vari scrittori del vino

Bruno Gambarotta, Johanne Harris, Younis Taw Fik, Giorgio Calcagno,

Dino Coltro, Vittorio e Cesare Betteloni, Mario Soldati

traduzioni di Federica Trolese

 

con Guido Ruzzenenzi

 

musiche dal vivo con

chitarra di Fabio Galvani

armonica di Antonio Canteri

contrabbasso di Teo Ederle

 

adattamento e regia di Andrea Castelletti

 

repliche                                                       foto                                                     rassegna stampa

 

 

 

LO SPETTACOLO

Un viaggio, un percorso nei ricordi di Jean-Claude Carrière, nato e cresciuto in una famiglia di viticoltori. Un ritorno alla giovinezza, territorio mitico della memoria, attraverso lo sguardo di uno degli scrittori di teatro e di cinema più conosciuti al mondo che riesce, con parole semplici, a trasmettere il calore di momenti di vita legati alla vendemmia, alla produzione e soprattutto al consumo del vino.

La Voce del vino è la voce che trasporta ai giorni passati con gli amici di infanzia, ai personaggi del paese, alle prime esperienze con le donne, al lavoro nei campi, il tutto filtrato attraverso il colore caldo di un vino novello. E’ una voce che accompagna quotidianamente l’autore nel conoscere la vita, passando dal gusto asprigno che impasta la lingua e gratta in gola, fino al sapore morbido o brillante di qualche vino pregiato. Sapori e colori che saranno raccontati come se fossero in divenire, trasportati dall’ebbrezza regalata da un bicchiere di vino da meditazione. Ecco, una meditazione ad alta voce, aiutata da suoni e rumori di tre musicisti da osteria che sanno spaziare dalla canzoncina popolare alla sottolineatura magica. Un ritorno al momento del “filò”, un’assenza di televisione, uno spettacolo casalingo da fare in spazi raccolti per sentire il rumore dei bicchieri, del vino che scende, della lingua che assapora, per sentire il profumo dell’uva, dell’umidità, della risata. .

 

"un’ ora di momenti preziosi e divertimento

per uscire con la testa che gira

e il fiato corto dell’emozione"

 

 

 

IL LIBRO

 

Nel mese di novembre, i viticoltori spillavano il vino nuovo. Al tempo ognuno faceva un vino particolare. Ci si invitava, la sera, da una casa all’altra per assaggiarlo assieme alle prime castagne. Lo chiamavano “il vino ruvido”.

Mal affinato, conservava la lanugine dell’infanzia, una mousse un pò rugosa, una peluria, una materia sotto la lingua che non sarebbe durata a lungo, un qualcosa di incompiuto, provvisorio, come se il vino appena nato si proteggesse, ancora un momento, contro le aggressioni del mondo. Li chiamavano anche germogli della vigna, che spuntavano con una lanugune che poi perdevano al calore del sole.

Si dice sempre che bisogna spazzolare i giovani cavalli, strapparli dalla madre, insegnare loro la vita. E’ in ricordo di questo “vino ruvido”, e di quel ragazzino che lo assaggiava a fior di labbra che questo libro è scritto.

 

"parole e musiche raccontano

storie di un mondo contadino,

un mondo cadenzato dal ciclo della terra

e della vendemmia"

 

(...) A questo si aggiunge l’odore della cantina, che le parole non possono descrivere, ma che ti coglieva non appena superata la porta. Ancora oggi , quando mi presentano alcuni vini, io non so dire altro che “odora di cantina”. Sempre un segno di un buon primo contatto. Dopo la spremitura, venduto il residuo dei frutti pressati a degli specialisti che ne ricavavano dell’alcol, mettevamo il vino in grosse botti di legno. Poco trattato, questo vino risultava piuttosto fragile, sempre in pericolo di diventare acido. Cercavamo di venderlo abbastanza in fretta, in genere ad un negoziante del paese, conservando, dentro una o due botti, quello che ci sembrava necessario (sempre esagerando) per il consumo di tutto l’anno.

C’erano quelli che sapevano e quelli che non sapevano: verdetti inflessibili che si confermavano ogni anno. Verso la fine del mese di novembre, gli adulti andavano di casa in casa ad assaggiare e comparare, con l’aiuto di qualche castagna novella arrostita sulla padella e di un pezzo di formaggio di capra, il vino giovane.

A San Martino mio nonno preparava ogni anno sette o otto bottiglie di vino moscato con una cura straordinaria. Con l’aiuto di mio zio Pierre, aveva costruito un torchio in miniatura. Prima di essere schiacciata, l’uva dorata, frutto di una dozzina ceppi appena, raccolta molto matura, veniva privata dei grappoli, e a volte anche dei vinaccioli e delle pellicine. Tutta la famiglia, per un’intera giornata partecipava a questa cerimonia, che prometteva delle delizie senza confronti. (...) Era il moscato del nonno, il moscato delle grandi occasioni. Noi lo prendevamo come un sacramento. Ancora oggi, scrivendo queste parole, sento come un sapore incomparabile che sale dalla pagina fino alle mie labbra.

 

(...) Le buone annate, quando la raccolta era sufficiente e il grado alcolico elevato, mio padre faceva vivere la famiglia con il solo denaro del vino, cioè con un ettaro di terra, cosa che oggi sembra inverosimile. E’ anche vero che noi non compravamo più gran chè, qualche prodotto alimentare, vestiti, un po’ di materiale, inoltre le tasse erano modeste, e noi eravamo proprietari della casa. Ma la condizione dei miei genitori, restando piuttosto umile, senza dubbio alcuno, a loro sembrava superiore rispetto a qualla dei loro nonni, du cui custodivano ancora il ricordo. Da qui il loro sentimento affermato, che mi ha sempre colpito, il loro sentirsi “in progresso”, situati nel giusto movimento del tempo. L’età d’oro non era dietro di loro, al contario. Andavano verso un “meglio” sicuro. (...)

 

Teatro Impiria                         telefono 0458103900                        mobile 3405926978                          fax 0458103900                        info@teatroimpiria.net