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teatro inteso come impresa, come arte empirica, come emporio di ispirazioni, come empìre uno spazio vuoto, come empireo d’arte dove dare origine alla vita ed al creato.
l'impiria è l'imbuto, da un estremo si riversa generosamente e dall'altro tutto fluisce con cura
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RASSEGNA STAMPA
L'Arena - 27 Maggio 2008
Fondazione Aida e Teatro Impiria. Reading
teatrale con letture di Coltro, Soldati e Gambarotta
di Simone Azzoni
L'idea di
raccontare attorno e del vino, seppur non originale, rimane un interessante
motivo aggregante, forse più per spazi non convenzionali che per un teatro
(Filippini) dove la visione resta frontale e crediamo, separata dall'evento.
Raccontare non è leggere e allora Andrea Castelletti semina i testi che
Walter Peraro declama, tra le pagine di libri abbandonati o impilati sulla
scena attorno ad un conviviale tavolino con cibo e vino. I testi,
esperienziali o cronachistici s'attorcigliano attorno come etichette fin
troppo letterarie a bottiglie di cui il gusto e il sapore si può solo
immaginare. Un paravento di testi, forse eccessivamente lunghi, indebolisce
la sensorialità, la tattilità, il gusto del vino.
VERONAtime - Giugno/Luglio 2008
di Andrea Tumaini
RACCONTI E CANTI CHE SANNO DA VINO
Lo spettatore viene accolto e subito rapito da una scenografia non inquadrabile quanto magnetica: sul palco abilmente disperse spuntano oggetti e suggestioni: cavalletti scombinati con tele raffiguranti bottiglie e bicchieri colmi, precarie pile di libri, scacchiere e macchine da scrivere, strumenti musicali vari che si ergono su trespoli e sedie, tra bicchieri e caraffe da vino un po’ ovunque. Al centro un tavolo in vecchio stile, dove quattro personaggi si avvicendano mangiando e chiacchierando in una sorta di non-inizio di spettacolo. Non è una taverna, non una cantina, non una galleria d’arte. E’ un luogo-non-luogo dove si consuma e si respira l’arte ed il vino. Un ambiente raffinato, ma anche genuino. Ad un certo punto, senza preavviso, scatta la magia del teatro. La musica, le luci e la voce prendono corpo e lo spettacolo ha inizio, inondando gli spettatori di effusioni di vino. I quattro amici (Peraro che legge e Bersan alla chitarra, Ederle al contrabbasso, Canteri alle armoniche, tutti bravissimi) tra un pezzo di formaggio, qualche noce e molti bicchieri di vino se la contano e se la cantano in scioltezza. La regia di Castelletti conferisce un’impronta decisamente teatrale a questo che rimane essere essenzialmente un reading, riuscendo così nell’intento di rendere coinvolgente ogni istante. Peraro raccoglie da qualche pila i libri da cui leggere i vari passaggi, racconti che affondano nelle memorie del grande Carrière (noto drammaturgo francese nato da una famiglia di viticoltori), del coinvolgente Mario Soldati, dei “piemontesi” Gambarotta e Harris, per passare poi al veneto dello schietto e didascalico Coltro, sino alle liriche vinicole del Betteloni. Una mescita continua di ricordi e suggestioni inebrianti, spumeggianti, allegre e melanconiche. La vendemmia, la vigna, gli uomini, le tecniche e le tradizioni, le vecchie cantine di ieri e quelle sorprendentemente meccanizzate di oggi. Alle parole fanno da contrappunto le musiche dei bravi solisti in scena, ora swing, ora ballate popolari, ora jazz dal sapore gitano, ora arpeggi rievocanti un rinascimento carico di festoni d’uva e inneggiante a Bacco. Ed il pubblico si trova - suo malgrado - coinvolto, come se fosse seduto a quel tavolo “per uscire poi con la testa che gira e col fiato corto dall’emozione”.
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