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e dall'altro tutto

fluisce con cura

 

RASSEGNA STAMPA

SOGNAVAMO DI VIVERE

 

 

 

Gli Amici della Musica - 9 settembre 2010

 

Conclusione della rassegna Teatro nei cortili

SOGNAVAMO DI VIVERE NELL'ASSOLUTO

 

di Sergio Stancanelli

 

VERONA - La rievocazione storica e artistica del futurismo veronese con la biografia di Verossì scritta da Raffaello Canteri e realizzata da Andrea Castelletti per l’interpretazione di Sergio Bonometti, è un capolavoro assoluto anche per le scenografie e le musiche dal vivo.
Con una replica dello spettacolo “Sognavamo di vivere nell’assoluto” si è conclusa la sera del 2 settembre, almeno ufficialmente, nell’ex Arsenale austriaco di Verona la rassegna 2010 “Teatro nei cortili” delle compagnie di prosa amatoriali veronesi. Con l’alibi di condurvi l’amica Miriam che ancora non l’aveva visto, sono tornato ad assistervi, per la terza volta: e per la terza volta ne parlo, poi che dopo averlo giudicato uno dei più belli mai messi in scena, ora mi pare che possa forse trattarsi del più bello in assoluto: per la documentazione in campo storico e cronachistico della vicenda narrata, per lo stile poetico sul piano letterario del testo, per la multiformità dell’interpretazione dovuta a un solo attore che - oltre a narrare - impersona uno ad uno i protagonisti, per la genialità della regia che muove l’interprete non solamente per quanto riguarda la dizione – sussurri e grida, suoni onomatopeici e ambientazione sonora –, ma anche facendone di volta in volta un acrobata, un saltimbanco, un ginnasta, un marciatore e un corridore, un saltatore che si libra nell’aria per poi ripiegarsi in due, in quattro e - per chi non vi creda ci sono i filmati - in otto, ottenendo dall’arrendevolezza, dalla disponibilità, dalle capacità corporea e tecnica, dalla ricettività di un incredibile Sergio Bonometti (già apprezzato dal cronista nella replica del 2009) la realizzazione concreta, pratica e visiva, delle proprie interpretazioni mentali suggerite a una fantasia fuori dell’ordinario da un testo commoventemente toccante ma che ormai temo rimarrà inscindibilmente legato alla rappresentazione sonora e visiva dàtane da Andrea Castelletti.

Rispetto alla versione originale, la rappresentazione è ora scorciata d’un quarto d’ora, e dei tagli sono rimasti vittime alcuni dei personaggi che il cronista fece in tempo a conoscere per divenirne amico, quali Bruno Aschieri e Piero Anselmi: è stato risparmiato invece Renato Righetti, che il Marinetti tramutò in Di Bosso, e che nella storia narrata ha largo spazio. A proposito di nomi sostituiti da pseudonimi, credo che nessuno abbia mai spiegato che Albino Siviero divenne Verossì per via del suo vezzo a risponder «vero, sì» - col tipico raddoppiamento di consonante dei veneti, - ad affermazioni ed opinioni dei conloquenti. Le musiche sono ancora eseguite – alla maniera nobile di quando le canzoni erano musica – dal trio strumentale e vocale Antonio Canteri, Giovanni Ferro e Tiziana Bisognìn, posizionato sul fondo della scena - volta a volta escluso mediante un siparietto, chissà perché lasciato in bianco, dall’azione - ai cui lati si susseguono durante tutto lo spettacolo proiezioni di scritte e motti, documentazioni fotografiche d’epoca, e soprattutto forme e colori, quelli dei quadri pre-futuristi e poi futuristi non solo del Siviero e di sua moglie Barbara, ma anche di non veronesi come il Boccioni e il Balla (mancano fra le aeropitture quelle importanti di Tullio Crali ed anche del Di Bosso). Le canzoni, qualcuna in meno e qualcuna in più (anche per assecondare la danzatrice, evidentemente) delle volte precedenti, sono - nell’ordine - “Con te voglio vivere ancor”, “Da te era bello restar”, “Fischia il sasso”, “Cuore di mamma”, “Luna malinconica”, “Fiorin Fiorello”, “Tulipàn”, “Lola”, “Tu non mi lascerai”, “Rondini al nido”, “Faccetta nera” (temporalmente posizionata nel 1941 mentre è del ’35), “Ridateci i nostri ragazzi”, e “Ideale”.

Cambiata è la ballerina, ch’è ora Marisòl Trematore, impegnata troppo a lungo in movenze con agitazione di lunghi nastri alla maniera delle compagnie di ballo di Pechino, poi presentatasi in una antiestetica camicia da notte di tela bianca, infine impegnata in un charleston non del tutto d’epoca ed estraneo alle istanze in argomento.
Iniziato alla maniera d’un comizio ai piedi del palcoscenico pochi minuti oltre l’ora stabilita, vale a dire pressoché in orario – purtroppo davanti a una platea non affollata –, con la declamazione del manifesto del Futurismo accompagnata dalla disponibilità per il pubblico del documento cartaceo (con un errore di grammatica), lo spettacolo dura adesso pochi minuti meno di un’ora e mezza, durata che viene a compiersi poi con gli applausi e le presenze alla ribalta. Io non so se vada ammirato più l’autore, che racconta una storia vera, sì, però con parole che muovono una emozione intensa non solo in chi quei giorni li visse, ma come ora ho potuto constatare anche nei più giovani; o l’attore, che per un’ora e mezza recita a memoria un testo che per l’arduità del discorso è difficile da ricordare, arricchendolo delle movenze più idonee ma imprevedibili cui ho accennato; o infine il regista, che con una fantasia non solo ricca e che parrebbe inesauribile ma anche favolosamente appropriata ad ogni situazione e singola frase, carica la narrazione di elementi teoricamente accessorî  ma che in realtà divengono essenziali nella struttura della rappresentazione al fine di farne un capolavoro.
Al successo ormai pluriennale dello spettacolo contribuiscono gli effetti sonori di Matteo Ruffo e quelli visivi di Ruggero Facchin. Altro, non poco altro vi sarebbe da dire per lodare a sufficienza lavoro, fatica, impegno e risultato, ma rimando a quanto in merito già scrissi su questa testata nel luglio 2008 e nel maggio 2009. Posso aggiungere che alla fine non ho saputo sottrarmi all’offrire un abbraccio grato e commosso all’autore, in età non lontana dalla mia, mentre ho riservato una stretta di mano al regista e all’interprete, ambedue assai giovani.  Questo spettacolo del teatro Impiria di Andrea Castelletti di Verona è stato giudicato il migliore al festival nazionale di teatro extra small 2010 di Salerno e al festival nazionale di teatro Paolo Dego 2010 di Ponte nelle Alpi (Belluno) dove ha ricevuto anche il premio per la migliore regia. Altri premî e riconoscimenti ha avuto al concorso Sem Benelli di Roccastrada (Grosseto) e dal Comune di Verona

 

 

L'Arena  - 1 settembre 2010

 

ARSENALE. Teatro Impiria fa opera storica
Verossì, un dimenticato rivive sul palcoscenico
Domani l’ultima replica per «Sognavamo di vivere nell’assoluto», dramma sul bravo pittore futurista

 

di Elisa Albertini

 

Cala il sipario sulla rassegna «Teatro nei cortili», che ha visto ben 25 compagnie amatoriali esibirsi su tre palcoscenici nel cuore della città. A spegnere i riflettori il Teatro Impiria che ha presentato all’ex Arsenale, in replica fino a domani, Sognavamo di vivere nell’assoluto. La vera storia del pittore futurista Albino Siviero detto Verossì, scritto da Raffaello Canteri e diretto da Andrea Castelletti. Lo spettacolo negli ultimi due anni ha ricevuto importanti riconoscimenti nazionali per regia e allestimento. È incentrato sulle vicende reali di artisti veronesi che derirono al movimento futurista, fondato da Filippo Tommaso Marinetti; tra questi il pittore avanguardista Albino Siviero, ribattezzato Verossì, simbolo di un futurismo romantico, malinconico e metafisico. Nato a ! Verona nel 1904 morì a Cerro il 26 aprile 1945 per un incidente nei giorni convulsi della Liberazione, ma la sua figura finì col passare negli anni nel dimenticatoio. A far rivicere questa figura del secolo scorso è l’attore Sergio Bonometti, solo su di un palcoscenico essenziale. Tra luci e ombre, accompagnate da immagini-documento, musiche eseguite e cantate dal vivo dal trio Tiziana Bisognin, Antonio Canteri e Giovanni Ferro, e da sinuose coreografie di Marisol Trematore, si narra l’esistenza del pittore. Un viaggio emozionante e ben costruito.

 

 

 

Gli Amici della Musica - maggio 2009

 

Sognavamo di vivere..." si conferma uno degli spettacoli più belli

VITA E MORTE DEL FUTURISTA ALBINO SIVIERO

 

di Sergio Stancanelli

 

VERONA - Mentre con lo spettacolo Viaggiatori di pianura - Tre storie di acqua messo in scena dal Teatro regionale alessandrino - cui non abbiamo potuto assistere causa il decentramento della sede - si è conclusa nel teatro Alcione di Verona la rassegna comunale "L’altro teatro" organizzata dall’Assessorato alla cultura, nel teatro comunale Camploy l’Assessorato al decentramento ha allestito una replica dello spettacolo Sognavamo di vivere nell’assoluto, già da noi recensito lo scorso luglio e che da allora circola con sempre grande successo nei teatri della città e della provincia. La rappresentazione è stata attuata a scopo benefico per i terremotati d’Abruzzo. 

Lo spettacolo, il cui sottotitolo "La vera storia del pittore futurista Albino Siviero detto Verossì" ne specifica il contenuto, s’avvale come si ricorderà d’un testo cronachisticamente documentato e rievocativamente commosso dovuto a Raffaello Canteri, per la regia competente ed accurata di Andrea Castelletti, mentre è cambiato l’interprete del narratore, impersonato ora con pari immedesimazione e coinvolgimento da Sergio Bonometti. Fuori campo le voci di Jana Balkan, Agostino Contò, Guido Ruzzenenti e Massimo Tòtola. La replica ha confermato l’alto livello culturale ed artistico della rievocazione, accompagnata da filmati d’epoca in nero e da diapositive a colori, con musiche suonate e cantate in diretta da Antonio Canteri, Giovanni Ferro e Tiziana Bisognìn, e movimenti di danza della elegante e raffinata Miriam Peraro dalla figura slanciata. Le canzoni che vengono eseguite sono (ne diamo i titoli italiani posto che son cantate in italiano) Con te voglio vivere ancor, Da te era bello restar, Luna malinconica, Fiorin fiorello, Tulipan, Tu non mi lascerai, e dopo una strumentale che non conosciamo, Ideale. Nel corso dello spettacolo, dotato di un ricco programma di sala formato locandina, sono state distribuite agli spettatori copie del "Manifesto del futurismo". Preceduto da brevi allocuzioni fra cui dell’assessore Marco Padovani, lo spettacolo, iniziato un quarto d’ora dopo l’orario stabilito, si è protratto per un’ora e tre quarti, e si è chiuso con evidente commozione di molti spettatori, e con entusiastici reiterati applausi generali. Il teatro era assai affollato. Annotiamo che a séguito di quanto riferimmo a suo tempo citandone la fonte vicentina, il giornalista e scrittore professore Canteri ho svolto indagini in merito alla morte del futurista Verossì, e nel corso di una conversazione ci ha dichiarato di avere appurato che il pittore venne ucciso da un soldato tedesco, presenti alcuni testimonî da lui interpellati, fra cui l’allora ragazzo Nando Chiampàn, futuro titolare della Prora Canon e poi presidente della squadra calcistica veronese. L’episodio accadde probabilmente in séguito ad un equivoco: un gesto del Siviero male interpretato dal tedesco che, il 26 aprile 1945, si stava sbracciando nel gridare "la guerra è finita!". Il calendario del Teatro Impiria comprende altri sei titoli, di alcuni dei quali abbiamo già dato conto, mentre su gli altri ci riserviamo di riferire

 

 

 

VERONAtime - Agosto/Settembre 2008

 

LA VERA STORIA DI VEROSSÌ

 

di Giorgia Pradolin

 

L’articolo sette del futurismo enuncia: "non vi è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro." nessun verso poteva essere più indicato in un periodo carico di sconvolgimenti, anche armati, come quello del fascismo. Un periodo in cui si muoveva anche un gruppo di giovani artisti veronesi alla ricerca di nuove emozionanti frontiere nella pittura, nella musica, nella scultura e nella letteratura, aderendo con entusiasmo al movimento futurista di cui Marinetti è fondatore.

La storia di questi artisti è narrata in uno spettacolo tetrale, attraverso gli occhi e la memoria di Albino Siviero, rinominato Verossì dallo stesso Marinetti. Un pittore che condivise l’ideale futurista e morì tragicamente, ucciso da un tedesco in ritirata, a Cerro Veronese il 26 aprile 1945, il giorno dopo la liberazione.

L’opera è di Raffaello Canteri e diretta da Andrea Castelletti e ambientata. L’attore che impersona Verossì, Walter Peraro, si muove su un palcoscenico con una scenografia minimalista, dove tutto ciò che conta è luce e immagini proiettate sullo sfondo. Ed ecco le urla dei tedeschi in ritirata, le immagini dei motti futuristi che compaiono come dipinti sulle pareti della taverna e le opere stesse dell’artista. Intervallato da momenti di musica d'epoca (eseguiti dal vivo dall’Acoustic Duo) e danze (Miriam Peraro), lo spettacolo avvolge gli spettatori grazie alla bravura di Peraro, che racconta a bassa voce, gridando, abbandonandosi alle emozioni, sue e quindi di Verossì. Un viaggio all'interno dell'essere, nei pensieri del pittore, nel suo credo, ma anche negli aspetti più fragili e insicuri di un uomo che ha vissuto la tragicità della seconda guerra mondiale. Un artista che nonostante le disgrazie non ha mai tradito il suo credo futurista, ma l’ha evoluto in un futurismo romantico.

 

 

 

Amici della Musica - Agosto 2008

     La vera storia del Futurismo veronese

Sognavamo di vivere nell’assoluto

 

di Sergio Stancanelli

 

VERONA - Mi scriveva Luigi Tallarico da Roma in data 21 febbraio dell’anno in corso: «Cosa si fa a Verona per il centenario del Futurismo?». Avrei dovuto rispondergli «Nulla». Qui s’è tutti infatuati per William Shakespeare ché il festival a lui dedicato giunge alla 60.a edizione, ma nella commissione per l’Estate teatrale nessuno s’è accorto che questo 2008 segna il centenario dal manifesto di Tommaso Filippo Marinetti (come nessuno s’è ricordato che il 12 luglio son stati trent’anni dalla morte di Antonio Veretti, e "L’Arena" che ha trovato spazio per render noto che «"Jacko" è malato - Declino di una star - Michael Jackson in sedia a rotelle, choc in America - Oberato di debiti, non riesce a camminare - Vive in albergo», questi l’occhiello, il titolo e il sommario, testo su due colonne, con tanto di foto, non l’ha trovato per ricordare ai suoi lettori un veronese illustre). 

Ora, per lo meno nell’ambito della Rassegna dell’autore per la seconda edizione del Festival del teatro, dei cent’anni dal manifesto futurista s’è accorto in Comune l’Assessorato al decentramento: e così, nel grande piazzale interno dell’ex Arsenale austriaco, va in scena per la Circoscrizione seconda uno spettacolo dedicato a quel glorioso movimento. Sognavamo di vivere nell’assoluto è il titolo della rievocazione che Raffaello Canteri dedica programmaticamente alla vita del pittore futurista Albino Siviero ribattezzato dal Marinetti Verossì, in realtà alla storia di tutto il Futurismo veronese. Dirò sùbito che il testo è d’una bellezza da muovere la commozione, che l’interpretazione da parte dell’attore Walter Peraro è d’una autenticità e spontaneità insuperabili, e che la rappresentazione, con l’apporto delle canzoni ricreate dal duo Bersàn-Canteri nonché della scenografia evocatrice e continuamente mutante, e degli effetti visivi e sonori, è uno dei più belli che mai sia stato dato di vedere, e certamente il più bello, sino ad ora, di questa stagione teatrale veronese. Per voce del Peraro, partendo dalla morte di Umberto Boccioni avvenuta nel 1916 nel veronese (e le cui circostanze autentiche chi scrive narrò, sulla base di testimonianze di prima mano e con documentazioni fotografiche, più volte sul quotidiano veronese e poi su "VeronArte" settembre 2001), il Canteri rievoca, con ordinata documentazione e ricchezza di dettagli, la vicenda di quel gruppo di giovani veronesi - pittori, scultori, scrittori, poeti, musicisti - che negli anni Trenta del XX secolo, infatuati dal manifesto futurista e dalla personalità del Marinetti, avendo a loro dux spirituale Benito Mussolini - che però non favorì mai un’arte di Stato (Beatrice Buscaroli Fabbri, in "I gruppi futuristi Boccioni e Savaré", catalogo della mostra nel Lamec della basilica palladiana in Vicenza, dicembre 1999) -, sognarono di cambiare il mondo attraverso l’arte. Viva le macchine, abbasso il chiaro di Luna, fu il loro grido di rinnovamento. Erano, col Siviero, Ignazio Scurto, Quirino Sacchetti, Alfredo Ambrosi, Amos Tomba, e poi fra gli altri Piero Anselmi, Bruno Aschieri e Renato Righetti detto dal Marinetti Di Bosso, questi ultimi divenuti amici dello scrivente dopo che questi ne pubblicò le biografie in tre articoli su "L’arena". Del Di Bosso, al quale organizzai una mostra con conferenza dello storico del futurismo Luigi Tallarico, conservo le molte opere grafiche di cui mi fece dono; l’Aschieri dedicò al mio Studio R. P. una parolibera, e disegnò per me il crollo del palcoscenico del teatro Ristori - episodio incluso dal Canteri nella narrazione -; l’Anselmi mi donò due penne da tavolo. Tragica ed emblematica la fine di quest’ultimo, che pure riferii sul quotidiano veronese: glorificatore delle macchine, venne ucciso da una macchina salita sul marciapiede. L’Aschieri, ritiratosi in tarda età presso un figlio in Sardegna, mi ricordava inviandomi spiritose cartoline. Alla morte del Di Bosso, il capo redazione di "L’arena" Jean Pierre Jouvet incaricò me di scriverne il ricordo per il giornale.
Sognavamo di vivere nell’assoluto non vuol riproporre il teatro futurista, bensì per mezzo del teatro rievocare le istanze di quei giovani entusiasti i quali aderirono a un movimento culturale che fece parlar di sé tutto il mondo e ch’ebbe illustri proseliti anche in Russia. Lo spettacolo segue le vicende di tutti i protagonisti veronesi, sino alla guerra - "igiene del mondo" - che tutti coinvolge, e qualcuno uccide. Della fine del Verossì, morto in Cerro Veronese il 26 aprile 1945, vengon date due diverse versioni: ma secondo Alessandro Ortenzi (op.cit., pag.89) fu ucciso dai partigiani festanti, non dai tedeschi in ritirata.
Le canzoni suonate e cantate dal vivo nel corso dello spettacolo, alla maniera di quando le canzoni erano musica, sono: Avant de mourir (Con te voglio vivere ancor) di Boulanger, una che non abbiamo saputo identificare, Cuore di mamma della quale ignoro l’autore, Blue Moon (Ma tu, pallida Luna) di Rodgers, Fiorin fiorello di Mendes-Mascheroni, Tu non mi lascerai di D’Anzi, Faccetta nera di Micheli-Ruccione, Ridateci i nostri ragazzi, Ideale di Tosti. Il regista non ha saputo essermi d’aiuto per completare questi dati. Gli strumentisti - polistrumentisti - e cantanti, con lo stesso Peraro, sono Stefano Bersan e Antonio Canteri. Le creazioni video son firmate Ruggero Facchìn, quelle audio Matteo Ruffo. Oltre alla voce del Peraro, si odono registrate quelle di Jana Balkan, Massimo Tòtola e Agostino Contò. Allo spettacolo, dovuto al Teatroimpiria, prende parte la giovane danzatrice Miriam Peraro, affusolatamente raffinata. Molti applausi e consensi raccolti a voce anche dopo il termine dello spettacolo. Che ha avuto inizio con soli pochi minuti di ritardo

 

 

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