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teatro inteso come impresa, come arte empirica, come emporio di ispirazioni, come empìre uno spazio vuoto, come empireo d’arte dove dare origine alla vita ed al creato.
l'impiria è l'imbuto, da un estremo si riversa generosamente e dall'altro tutto fluisce con cura
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RASSEGNA STAMPA
L'Arena - 01 ottobre 2006
Brani di “Magna Verona” nel foyer del Nuovo IL “SOGNO” DI RAVAZZIN CON LA MAGIA DEL TEATRO
di Paola Azzolini
“Magna Verona” ossia grande, splendida, sta scritto sotto l’iconografia di Raterio che traccia il profilo della Verona antica, abbracciata dall’Adige, ma nel titolo del libretto di poesie di Luciano Ravazzin, appena uscito per i tipi di Gemma Editco, Magna Verona , suona ambiguo e vagamente ironico: Magna come se magna, magnar? E’ un segnale, una freccia che indica la possibile direzione per l’interpretazione di questa raccolta di poesie dialettali, cui l’arguzia, il gusto del gioco di parole, la parodia delle reminiscenze letterarie, il gusto quasi surreale, delle immagini e dei suoni (rime, toni, ritmi) danno un timbro fortemente originale, lontano, lontanissimo dai piagnistei dei nipotini e orfani di Berto Barbacani, anche se la lingua, anzi, pardon, il dialetto è lo stesso del grande poeta di Verona. Il libro è stato presentato nel foyer del Teatro Nuovo, davanti ad un pubblico numeroso, dal giornalista Lorenzo Reggiani che ha sottolineato le matrici letterarie di questo linguaggio, apparentemente solo usuale e disinvolto, ma in realtà a più piani e registri di lettura. L’autore, Luciano Ravazzin, che è stato giornalista de L’Arena, prima come cronista e poi come critico teatrale, e corrispondente del Corriere della Sera, ha fatto esperienza anche come parioliere, ma di certo il teatro gli è entrato nel sangue. E difatti queste sue poesie sono teatro, ossia dialogo e monologo e infine vero e proprio rifacimento parodico del teatro. Bene quindi che questa presentazione sia stata concepita come una lettura teatrale di alcune poesie e dell’ultima parte del libro, la liberissima traduzione in dialetto veronese e in rime del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Sulla scena la compagnia Teatro Impiria per la regia di Andrea Castelletti, con gli attori Laura Murari, Giulio Guarino, Marco Corsaro e la partecipazione straordinaria di Mauro Dal Fior, Guido Ruzenenti, Giorgio Avanzini, Giancarlo Bellesini, mentre l’accompagnamento musicale era eseguito dal gruppo Insieme Musica Viva ( con tre flautisti, Vigneti, Cavallina, Marini e Freschini viola da gamba). Abbiamo così potuto ascoltare belle musiche rinascimentali come commento alla liberissima trascrizione shakespeariana di Ravazzin. Nel breve spazio di fondo del foyer, assolutamente privo di qualsiasi scenografia, si è replicata per l’ennesima volta la magia del teatro. Il regista ha estratto da una piccola valigia di cartone una serie di berretti e copricapo, capaci di evocare da soli, con la forza del particolare caratterizzante, le figure della commedia: un berretto aulico per Teseo, un’alta e argentea mantiglia per Ippolita, un berrettino a punta per Puck e così via, fino alla luna di cartone, dal viso bianco di donna, gestita dalle mani di Quinci, ossia il prologo. Stimolata dal particolare dei berretti e dalla efficacia degli interpreti, l’immaginazione del pubblico ha preso il volo e il breve intermezzo teatrale ha acquisito forza evocativa, proprio perché alle parole si aggiungeva soltanto un piccolo stimolo reale, lasciando il resto alla collaborazione degli spettatori. Il Sogno di Ravazzin ottiene con il dialetto irresistibili effetti comici, soprattutto nella ripresa dell’episodio (ancora, come spesso in Shakespeare, di teatro nel teatro) della sgangherata compagnia di attori improvvisati che vuol mettere in scena la storia di Piramo e Tisbe. Ma il dialogo è un intarsio di dialetto e linguaggi moderni, inglese, francese e chi ne ha più ne metta. Tra wall, grisbi e ciacole nostrane Ravazzin gioca ridendo tra il dentro e il fuori del testo, mescolando e alterando tragico, comico e ammiccando allo spettatore con una serie di rimandi al quotidiano come l’almanacco regalo de L’Arena, (giornale!) allusioni a testi ormai proverbiali (Cos’elo un baso?), giochi di parole in rima (Par ti deventarò Piràmo/ un nome che fa rima con te amo). Insomma ci siamo proprio divertiti. Quando si replica?
L'Arena - 25 settembre 2006
Al Nuovo giovedì le
poesie di Ravazzin
di Lorenzo Reggiani
Si possono riportare il grande teatro, il grande cinema, la grande letteratura e, perché no, la musica al dialetto, al nostro dialetto, al Veronese? Luciano Ravazzin non ha solo risposto «sì», lo ha fatto. Nella raccolta di poesie «Magna Verona» - un agile libretto con copertina di Gianni Burato presente in tutte le librerie veronesi - s’incontrano Beckett, De Filippo, Kurosawa, Marquez, Melville, Neruda, Shakesperare, perfino i Pink Floyd. Ma soprattutto Shakespeare. La raccolta si chiude, infatti, con ben 27 pagine di «Nel bel mèso de ’na note ne l’istà de mèso»: «liberissima» trascrizione in due atti dal «Sogno di una notte di mezza estate» di William Shakespeare. Teseo attacca così: «Me cara siora l’ora de le nosse / ne core incontro sempre pì velosse / Ancora quatro zorni de tormento / prima de luna nova in firmamento...». La cosa, malgrado Ravazzin, per lunghi anni critico teatrale de «L’Arena», sia una specie di fantasma (una particolare sensibilità gl’impedisc e di essere presente a qualsiasi evento pubblico che in qualche modo lo riguardi), non è passata inosservata. E giovedì prossimo, 28 settembre, alle 18,30, al Foyer del Teatro Nuovo, per iniziativa dell’associazione «Verona per Shakespeare», la compagnia teatrale Impiria di Andrea Castelletti, con interventi di Mauro Dal Fior, Guido Ruzzenenti, Giorgio Avanzini, reciterà il «Nel bel mèso...» come una testimonianza nuova e originale del rapporto che lega Verona a Shakespeare. L’originalità della raccolta poetica di Luciano Ravazzin è stata sottolineata anche venerdì scorso da Giulio Galetto e Luca Bragaja in un incontro svoltosi al «Carroarmato» di vicolo Gatto durante il quale alcuni brani sono stati recitati da Luciana e Maurizio Ravazzin, attori di teatro, cugini dell’autore.
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