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empireo d’arte

  dove dare origine

  alla vita ed al creato.

 

l'impiria è l'imbuto,

da un estremo si riversa generosamente

e dall'altro tutto

fluisce con cura

 

 

 

di Vittorio Betteloni

 

regia di Andrea Castelletti

 

con

Mauro Dal Fior

scenografie

Bruno Prosdocimi

 

musiche medioevali eseguite dal vivo dal gruppo

Insieme Musica Viva

Roberto Vigneri, flauto - Arrigo Cavallina, flauto

Gianfranco Marini, flauto - Lucia Freschini, viola da gamba

 

 

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LO SPETTACOLO

Le molto note gesta di Giulietta e Romeo vengono raccontate nel poco noto poema ottocentesco di Vittorio Betteloni.

Il poema in lingua veronese è qui affidato alla sapiente voce dell’attore Mauro Dal Fior, con l’accompagnamento di musiche medioevali eseguite dal vivo dal gruppo Insieme Musica Viva che riconducono alle atmosfere in cui si svolsero le vicende narrate. Alla voce e musica si sovrappongono le suggestive immagini realizzate appositamente per l’occasione dal noto disegnatore Bruno Prosdocimi. Ben 148 tavole, una ogni ottava del poema, proiettate a tutta scena in una sorta di grandioso e gioioso cine-fumetto che prende vita grazie ai versi recitati del poema e alle musiche suonate dai bravi solisti in scena.

 

Questa di Vittorio Betteloni è un opera di perentoria bellezza poetica, che racconta la storia dei due amanti da un “dietro le quinte”. Ma l’intero poema è di fatto un omaggio di Betteloni alla donne della sua amata città: il poeta, rivelando tutta la sua sanguigna veronesità, si serve della storia di Giulietta per appuntare, da un lato, ed adulare, dall’altro, le ragazze di inizio secolo scorso. Vittorio Betteloni é aristocratico e popolaresco, é romantico ma indignato, anzi pieno di rabbia contro una società egoista, avida di potenza quale era (ed è?) la sua Verona.

Il testo di Betteloni offre punte di meravigliosa poesia, superando quello di Barbarani (di cui è antecedente) e in certi passaggi dimostrandosi più coinvolgente dello stesso Shakespeare.

 

 

 

 

 

 

L’AUTORE

Inizia, appena adolescente, a buttar giù versi con l'incoraggiamento del padre Cesare, anch'egli poeta, alla cui morte per suicidio, nel 1858, è affidato alla tutela dell’altro noto poeta e amico di famiglia, Aleardo Aleardi, che lo iscrive alla facoltà di legge dell'università di Padova. Dal 1859 prosegue gli studi a Torino e poi a Pisa dove si laurea e scrive le prime prove poetiche, il Canzoniere dei vent'anni. Si reca spesso a Milano, frequentandovi e stringendo amicizia con alcuni poeti della Scapigliatura, come Emilio Praga. Nel 1869 pubblica la raccolta In primavera.
Nel 1875 conosce e stringe un'amicizia destinata a durare tutta la vita, col Carducci. Questi lo incoraggia nell’attività poetica con una prefazione elogiativa, già apparsa nel Fanfullo della Domenica, ai suoi "Nuovi versi", pubblicati nel 1880; nel 1876 gli nacque il figlio Gianfranco che sarà anch’egli poeta.
Dal 1877 insegna letteratura italiana nel Reale Collegio degli Angeli di Verona, traduce l’Arminio e Dorotea di Goethe nel 1893 e il Don Giovanni di Byron nel 1897 e collabora ai due quotidiani veronesi, L'Adige e L'Arena.
 

Le sue opere poetiche sono raccolte "In primavera", 1869, "Nuovi versi", 1880, "Crisantemi", 1903. Ha scritto un romanzo, nel 1896, per titolo "Prima lotta".

Nei primi decenni dell’Unità, appare nella poesia italiana un cauto realismo che non taglia i ponti con la tradizione classica ma rifiuta tanto l’enfasi risorgimentale che certo patetismo romantico. I versi del Betteloni, volutamente prosastici in modo da aderire alla dimensione dimessa dei piccoli casi quotidiani, hanno un andamento narrativo ora rappresentando liete rievocazioni di amori giovanili, ora ripiegandosi in un controllato intimismo. I toni smorzati della sua poesia, percorsa da venature ironiche, precorre in parte il prossimo Crepuscolarismo.
Dai primi, ancora acerbi versi del "Canzoniere" dei vent’anni appare già la cifra stilistica del Betteloni: "Poi ti tenevo dietro piano piano, / com'è costume dei novelli amanti, / pur di scorgerti solo da lontano, / senza parere all'occhio dei passanti: / e tu con atto cauto e sospettoso, / per non mostrar che a me ponessi mente, / volgevi a mezzo il capo tuo vezzoso, / ad or ad or non molto di sovente; / ma non molto di rado tuttavia / temendo pur che addietro io fossi troppo, / o non pigliassi a caso un'altra via, / o in qualche amico non facessi intoppo. / Quindi arrivata, ancor sul limitare / il piede soffermavi un breve istante: / là t'arrestavi a rapida guardare / s'io pur non ero tuttavia distante; / poscia, fatte le scale in un momento, / al terrazzo accorrendo t'affacciavi; / io ti venivo innanzi lento, lento, / tu col sorriso allor mi salutavi.
Mentre nel frammento "A se stesso", datato luglio 1910, probabilmente i suoi ultimi versi, c'è la leggerezza tenue e ironica di tutta la sua vita: Ho compiuti settant’anni, / e son qui pien di malanni / che mi tocca sopportar / con la gran filosofia / di chi altro non può far. / Con la gran filosofia / di chi aspetta d’andar via / per più indietro non tornar. / Disperarsi è tempo perso, / di restare non c’è verso: / devo andare all’ora mia: / dunque andiamo, e così sia.
 

Muore nel 1910 nella villa che porta il suo nome, di proprietà dei suoi antenati fin dal 1665, nella frazione veronese di Castelrotto.
 

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